Storia

L’altopiano di Mattie, posto tra le pendici del gruppo del Monte Orsiera – Rocca Nera – Punta Mezzodì ed i contrafforti delle colline “montonate” modellate dai ghiacciai che proteggono gli insediamenti abitati dai forti venti di nord-ovest, è con ogni probabilità abitato da tempi immemorabili, come sembrerebbero dimostrare il rinvenimento nei pressi della Borgata Grandi Tanze nel XIX secolo di oggetti di pietra scheggiata tra cui un’ascia e di un martello a mandorla con foro risalenti al neolitico (Museo Civico di Susa), oppure le incisioni rupestri coppelliformi della “Pira Crëvoulà (poco a monte della Frazione Menolzio) vedasi www.rupestre.net, oppure il menhir in prossimità della Pera dou Rei (Pietra del Re) ad ovest della Frazione Menolzio, ove, sepolti da antiche alluvioni del Rio Scaglione, si trovano stratificati i resti dell’antico oppidum celto-ligure di Menonis e della romana Villa Menosii e dell’abitato tardo medioevale di Menons / Mensus / Menonis /Menoni / Menous ed ora Menolzio, (abitato spostato solo nel XII-XIV secolo nell’attuale ubicazione); oppure ancora la vasca scavata nella nuda roccia sulla sommità della collina posta a nord di Giordani e Gillo denominata “lou Cret di Cou e gli antichi muri posti quasi a costituire una preistorica difesa della collina / fortilizio dagli assalti di uomini ed animali.

Fin verso il XIII secolo il territorio era presumibilmente suddiviso tra due comunità, ad est quella di Maticum / Mathiesis, ecc. ad ovest quella di Menosii /Menonis, divise dal Rio Gorand (dalle radice preindoeuropea gor = acqua e dal germanico randa = limite, ovvero limite/confine segnato dalle acque) ovvero dal Rio Corrente che fin verso il XVI sec. scorreva più ad est dell’attuale posizione.
Divisione di cui restano tangibili segni, nei lievi ma diversi accenti della parlata francoprovenzale delle Borgate poste nella zona est (Combe, Giordani, Malenghi, Gillo, ecc.) e quelle della parte ovest del territorio (Menolzio, Grandi e Piccole Tanze e Vallone) e nei termini lapidei incisi su roccia, ancora visibili della confinazione tra Tommaso I di Savoia ed il Vescovo di Torino.

Nel 1027 con la donazione di Olderico Manfredi 1/3 del territorio passa sotto la giurisdizione dell’Abbazia di San Giusto di Susa mentre, nel 1029 (atto di fondazione dell’abbazia di San Giusto stessa) la Chiesa “Ecclesiam de Maticis (e le sue dipendenze e rendite) viene assoggettata alla “pieve” di Santa Maria di Susa che a sua volta faceva capo alla Prevostura di San Lorenzo d’Oulx (sarà un caso, ma ancora ai giorni nostri a Mattie
il Parroco viene comunemente denominato “Lou Pievën” = Il Pievano, pur se fin dal 1772 la Parrocchia di Mattie è entrata a far parte della Diocesi di Susa).

Il 30 aprile 1065 Cuniberto Vescovo di Torino cita la Chiesa di Mattie come Ecclesiam de Maticis
Nel 1080 nella Carta Ulcense Mattie viene citato come Vieius Maticius il che pare confermare un’origine indubbiamente antica di Mattie.
Attorno all’XI secolo la nobile famiglia savoiarda di origine burgunda (venuta in Valle di Susa al seguito dei Savoia ed infeudata di 1/3 della valle di Susa) Aschieri de Jallonio che come appare da un documento del 03/01/1151 (Carta Ulcense CXXIX) aveva avuto da Amedeo III, in concessione con “Aimone de Rumiliano” la montagna detta di “Terrafranca“, che si estendeva “a rivo de Castel Pietra et a finibus Melonis usque at fines Caumontis“, fece costruire il “Castello di Menolzio” come residenza di caccia.

Il 5/03/1212 il Conte Tommaso I di Savoia (dopo aver delimitato le sue proprietà con i citati termini lapidei) cede in permuta all’Abate di San Giusto i luoghi di Mattie, Mocchie, Frassinere, Menons, e San Giuliano, assieme alla leida (dazio su traffico minuto), pedaggi minuti e diritto di mercato in Susa. (A.S.T. Abb. S. Giusto, mazzo secondo B);

Il 09/07/1250 Bonifacio Aschieri rinuncia, a favore del Priore di Montebenedetto, ad ogni diritto sulla Valle Orsiera, ma conserva per sé il diritto ad ottenere un quarto di tutti gli animali ivi cacciati.

Mattie fu coinvolta nelle lotte di religione tra cattolici e valdesi, infatti specialmente la parte ovest del territorio (Menolzio e più in generale il vallone del Rio Scaglione) fu sede nei secoli XIV e XV di un consistente nucleo valdese. Risale al 1461 un primo processo del frate inquisitoreFazone De Regibus da Asti contro cinque mattiesi accusati di essere hereticos de secta pauperum de Logduno (eretici della setta dei Poveri di Lione, come allora si chiamavano i primi Valdesi), mentre nel 1605 molti mattiesi di fede valdese sono costretti, non avendo accettato di abiurare, alla fuga e ad abbandonare i loro beni. Ancora nel 1689 la milizia paesana mattiese fu chiamata per intercettare sui passi alpini “li barbët” (i valdesi) che rientravano dalla Svizzera per raggiungere le proprie valli (il cosiddetto: glorioso rimpatrio) (vedasi www.fondazionevaldese.it e www.valdisusa.it/storia/storia_valdesi.htm)

Il territorio di Mattie e la sua popolazione furono spesso coinvolti in varia misura anche con perdita di vite umane, nel susseguirsi di guerre che dal 1500 fino al XX secolo interessarono il territorio valsusino.

Con il trattato di Utrecht del 1713 che pose fine alla guerra di successione spagnola, cadde definitivamente il confine “internazionale” (tra la parte di Val di Susa dei Savoia e la Val Chisone Francese) che correva sullo spartiacque del gruppo del Monte Orsiera, ove all’omonimo Colle sono ancora visibili e ben conservati i resti del “Murajœn” (Muraglione) ovvero di un muro difensivo (sec XV circa) che per diverse centinaia di metri costituiva nel suo piccolo quella che potrebbe essere definita “La Grande Muraglia Mattiese“.

Da ricordare il pesante contributo pagato dai mattiesi in vite umane sia nelle guerre d’indipendenza sia nella prima e nella seconda guerra mondiale. In particolare in quest’ultimo conflitto, per l’attiva partecipazione della popolazione alla resistenza, nella drammatica data dell’11 ottobre 1944, proprio al culmine dell’annata agraria, dopo un anno di duro lavoro di una popolazione che trovava il proprio sostentamento principalmente dall’agricoltura, si scatenò una pesante rappresaglia nazista contro la Frazione Menolzio (una delle Frazioni più popolose). Con i fienili stracolmi di fieno, le stalle piene di bestiame, i magazzini stracolmi di granaglie, di verdure e di castagne, venne incendiata la maggior parte dei fabbricati dell’abitato di Menolzio (con conseguente perdita di abitazioni, di raccolti e di mezzi di sostentamento), venne razziato tutto il bestiame e la popolazione, che non aveva fatto in tempo a fuggire, deportata e fatta andare a piedi fino a Susa come ostaggio. Peggior sorte subirono le persone che rimasero uccise o trucidate.


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